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CAM Strade: nuovi criteri ambientali per progettare e costruire infrastrutture sostenibili

Dal D.M. 5 agosto 2024 al correttivo 11 settembre 2025, un quadro aggiornato che guida stazioni appaltanti, progettisti e imprese verso opere più durature, circolari e a ridotto impatto ambientale.

La sostenibilità delle infrastrutture stradali è oggi una priorità riconosciuta a livello europeo e nazionale, sia per il peso degli investimenti pubblici, sia per l’impatto ambientale e sociale che esse generano lungo l’intero ciclo di vita. In questo scenario si collocano i Criteri Ambientali Minimi (CAM), strumenti volti a orientare progettazione ed esecuzione dei lavori pubblici verso standard più avanzati di tutela ambientale ed efficienza delle risorse.

Il Codice dei Contratti Pubblici (D.Lgs. 36/2023), all’articolo 57, stabilisce l’obbligo per le stazioni appaltanti e gli enti concedenti di inserire nei bandi almeno le specifiche tecniche e le clausole contrattuali contenute nei CAM. Non si tratta quindi di una facoltà, ma di un requisito cogente che affida alla pubblica amministrazione un ruolo attivo nell’attuazione delle politiche ambientali. Con il D.M. 5 agosto 2024, entrato in vigore il 21 dicembre 2024, l’Italia ha adottato i CAM specifici per la costruzione, manutenzione e adeguamento delle infrastrutture stradali, inseriti nel quadro del Piano d’Azione Nazionale per la sostenibilità ambientale dei consumi della Pubblica Amministrazione (PAN GPP 2023).

Obiettivi dei CAM Strade

I CAM Strade traducono in requisiti concreti la necessità di rendere le infrastrutture sempre più sostenibili sul piano ambientale. Le linee guida introdotte dal decreto ministeriale puntano a ridurre il consumo di risorse naturali e le emissioni climalteranti, promuovendo l’impiego di materiali riciclati e rinnovabili e favorendo il recupero a fine vita. La logica è quella di un sistema infrastrutturale circolare.

La riduzione degli impatti ambientali è perseguita non solo attraverso la scelta dei materiali, ma anche mediante prescrizioni che riguardano il cantiere, la gestione dei rifiuti, le modalità di posa e le prestazioni in esercizio. L’obiettivo è progettare opere più durature, con cicli di manutenzione meno frequenti e meno energivori, capaci di garantire migliori prestazioni acustiche, ridotte emissioni di polveri e minori consumi energetici.

Principi dei CAM strade

Un principio cardine è l’adozione dell’approccio LCA (Life Cycle Assessment), che consente di valutare gli impatti lungo l’intero ciclo di vita dell’opera: dalla produzione dei materiali alla costruzione, dall’uso fino alla dismissione. L’LCA diventa anche criterio premiante nelle gare, spingendo progettisti e imprese a dimostrare con dati misurabili le performance ambientali delle soluzioni proposte.

Accanto alla dimensione ambientale, i CAM Strade integrano l’attenzione agli aspetti ESG (Environment, Social, Governance), in linea con l’evoluzione normativa europea sulla rendicontazione di sostenibilità e la due diligence nelle filiere. Le stazioni appaltanti sono quindi chiamate a valutare non solo le caratteristiche tecniche dei materiali e delle opere, ma anche la capacità degli operatori economici di gestire i rischi ambientali e sociali. Questo approccio premia imprese che investono in trasparenza, innovazione e responsabilità sociale, generando un effetto leva positivo sul mercato.

I CAM Strade, quindi, non rappresentano un insieme di vincoli formali, ma un quadro di riferimento per orientare progettisti, stazioni appaltanti e imprese verso scelte consapevoli e verificabili. Le finalità sono coerenti con le strategie europee di decarbonizzazione, con gli impegni dell’Accordo di Parigi, con le misure del PNRR e con diversi obiettivi dell’Agenda 2030, in particolare i Goal 9 (infrastrutture resilienti e innovazione), 11 (città e comunità sostenibili) e 12 (consumo e produzione responsabili). In un settore ad alta intensità di materiali e impatti, i CAM si configurano come una leva strategica per migliorare la qualità delle opere, rafforzare la trasparenza delle procedure e stimolare innovazione e competitività tra le imprese.

Ambito di applicazione

I CAM Strade si applicano a tutti i contratti di appalto e concessione relativi a progettazione, costruzione, manutenzione e adeguamento delle infrastrutture stradali, includendo strade, piazze, marciapiedi e parcheggi. Per le aree verdi connesse, comprese piste ciclabili e parcheggi, restano valide le specifiche del D.M. 10 marzo 2020 sui CAM per il verde pubblico. L’applicazione è obbligatoria, ma la Relazione CAM consente di motivare deroghe o applicazioni parziali in presenza di vincoli tecnici, normativi o ambientali. In questo modo il decreto garantisce uniformità a livello nazionale, mantenendo al tempo stesso la flessibilità necessaria per condizioni progettuali o territoriali specifiche.

“Mimetismo urbano”, fotografia di Massimo Zanardi presentata al concorso #scaladigrigi 2024.

Indicazioni per le stazioni appaltanti

L’efficacia dei CAM Strade dipende da come le stazioni appaltanti li integrano nei processi decisionali e progettuali. Il decreto richiede un’analisi accurata del contesto e dei fabbisogni: prima di progettare nuove opere occorre verificare se sia possibile soddisfare le esigenze con la riqualificazione della rete esistente, riducendo consumo di suolo e materiali. Fin dal progetto di fattibilità tecnico-economica (PFTE), i CAM diventano criteri obbligatori, da recepire nel Documento di indirizzo alla progettazione (DIP), così che le alternative siano valutate anche in ottica ambientale e di ciclo di vita.

I CAM assumono anche la forma di clausole contrattuali vincolanti: l’aggiudicatario deve applicarli in cantiere, mentre la stazione appaltante ne verifica l’attuazione tramite strumenti e mezzi di prova, collegando l’inadempimento a sanzioni o alla risoluzione del contratto. Quando il progetto è verificato per la certificazione secondo protocolli di sostenibilità (ad esempio, Envision o BREEAM Infrastructure), la conformità può essere dimostrata allegando la relativa documentazione alla Relazione CAM.

Per orientare le scelte, la stazione appaltante deve raccogliere dati su traffico, geologia, materiali disponibili e impianti di recupero, così da favorire soluzioni sostenibili e verificabili. Centrale è anche il tema delle competenze: progettisti e direttori dei lavori devono garantire un approccio multidisciplinare che integri ingegneria stradale, gestione ambientale e analisi LCA, trasformando i CAM da vincolo normativo a strumento di qualità e innovazione.

Indicazioni per gli studi LCA

Il decreto richiede che la valutazione del ciclo di vita (Life Cycle Assessment – LCA) sia integrata nella progettazione sin dal livello di fattibilità tecnico-economica, come strumento per misurare gli impatti ambientali delle opere. Gli studi devono essere condotti secondo le norme UNI EN 15643, UNI EN 17472 e UNI EN 15804, con la possibilità di adottare metodologie semplificate limitate a un numero ridotto di fasi del ciclo di vita, purché comprendano almeno la produzione dei materiali, la fase di costruzione e la fase di fine vita. Restano escluse le valutazioni relative alle fasi D e gli aspetti economici o sociali previsti dalle norme europee. La stazione appaltante, nella documentazione di gara, è tenuta a definire confini e indicatori da utilizzare, così da assicurare trasparenza e confrontabilità tra le offerte.

La Relazione CAM

Uno degli strumenti centrali introdotti dal decreto è la Relazione CAM, documento che accompagna il progetto e dimostra come i criteri ambientali siano stati recepiti. Non è un allegato marginale, ma un atto tecnico che consente alla stazione appaltante di verificare la coerenza tra obiettivi di sostenibilità, contenuti progettuali e obblighi contrattuali.

La Relazione deve illustrare quali criteri sono stati applicati, con quali soluzioni tecniche e con quali motivazioni in caso di applicazione parziale o esclusione. È il luogo in cui progettisti e operatori documentano scelte su materiali, modalità di cantiere, prestazioni energetiche e acustiche, tecniche di riuso e riciclo, ciclo di vita dei prodotti: in altre parole, la “prova scritta” dell’allineamento del progetto ai principi di economia circolare e riduzione degli impatti.

Per ciascun criterio va indicato anche il relativo mezzo di prova: certificazioni di prodotto, etichette ambientali, schede tecniche, studi LCA o altre evidenze documentali. In questo modo la Relazione diventa lo strumento con cui l’amministrazione può controllare, in sede di aggiudicazione e di esecuzione, la serietà degli impegni presi. In caso di difformità, il Codice dei contratti prevede sanzioni o, nei casi più gravi, la risoluzione del contratto.

La Relazione CAM svolge una duplice funzione: da un lato guida progettisti e imprese a rendere trasparenti le scelte ambientali, dall’altro consente alle stazioni appaltanti di vigilare sul rispetto delle clausole contrattuali. Una compilazione corretta è quindi decisiva per la qualità del progetto e per la credibilità del sistema di appalti verdi.

Criteri per l’affidamento della progettazione

Il quadro delineato dai CAM Strade per l’affidamento della progettazione si regge su tre pilastri strettamente connessi: la Relazione CAM, il capitolato speciale d’appalto (CSA) e le specifiche del progetto. Se la Relazione CAM costituisce il documento di riferimento attraverso cui il progettista esplicita le scelte ambientali, il capitolato speciale d’appalto (CSA) rappresenta lo strumento per tradurre i principi di sostenibilità in prescrizioni vincolanti per l’impresa. È qui infatti che le scelte progettuali diventano obblighi contrattuali, con valore tecnico e giuridico.

Il CSA deve riportare i requisiti prestazionali e ambientali dei prodotti da costruzione, indicando le caratteristiche richieste e i mezzi di prova per dimostrarne la conformità, in coerenza con le Specifiche tecniche per i prodotti da costruzione.

Elemento centrale sono le percentuali minime di materiali riciclati, recuperati o sottoprodotti, espresse in peso sul prodotto finito. La soglia può essere raggiunta cumulando le diverse frazioni, salvo diversa prescrizione. Tra i sottoprodotti rientrano sia quelli dello stesso processo, sia quelli di altri cicli produttivi, inclusi gli aggregati naturali derivanti da terre e rocce da scavo (DPR 120/2017). Per il corpo stradale (rilevati e sottofondi) la quota minima è fissata al 70%, mentre per alcune categorie di prodotti da costruzione – in particolare gli strati di fondazione o di base delle pavimentazioni flessibili e semirigide e le pavimentazioni rigide in calcestruzzo o resina – è prevista una soglia del 50%. Questi requisiti, pensati per stimolare la circolarità delle filiere e ridurre l’uso di materie prime vergini, rappresentano misure innovative ma anche impegnative, con ricadute significative sulle pratiche di approvvigionamento e produzione.

Per garantire trasparenza, il CSA deve richiedere certificazioni o documentazioni idonee. Sono ammesse EPD, certificazioni di prodotto come ReMade in Italy, oppure basate sul bilancio di massa ed emesse da un organismo di valutazione della conformità accreditato come, ad esempio, la CP DOC 262 o in conformità alla prassi UNI/PdR 88 “Requisiti di verifica del contenuto di riciclato e/o recuperato e/o sottoprodotto, presente nei prodotti”. Restano valide fino a scadenza le certificazioni già emesse prima dell’entrata in vigore del decreto.

Le specifiche del progetto introducono prescrizioni che toccano diversi ambiti. Tra i contenuti chiave rientrano la sostenibilità ambientale complessiva dell’opera, valutata in termini di consumo di risorse, emissioni e resilienza ai cambiamenti climatici; l’efficienza funzionale e la durabilità delle pavimentazioni, con l’obiettivo di estendere la vita utile e ridurre gli interventi di manutenzione; l’attenzione al comfort acustico, tramite la progettazione di pavimentazioni con minore emissione sonora; la previsione di un piano di manutenzione coerente con i principi di economia circolare e il disassemblaggio a fine vita per favorire il recupero dei materiali; il riutilizzo del conglomerato bituminoso di recupero (RAP), che diventa una leva importante per ridurre il ricorso a materiali vergini.

In questo modo, le specifiche di progetto si configurano come il livello operativo in cui gli obiettivi generali dei CAM diventano scelte tecniche concrete, rendendo la sostenibilità parte integrante della qualità progettuale.

Accanto ai requisiti obbligatori, il decreto introduce anche criteri premianti che consentono di valorizzare i progetti più avanzati. Tra questi: la competenza tecnica dei progettisti e della direzione lavori, la capacità di integrare valutazioni ESG nella progettazione, l’adozione di metodologie innovative come l’LCA, e le soluzioni volte a mitigare la congestione del traffico in fase di cantiere. In questo modo, le stazioni appaltanti dispongono di strumenti per premiare le proposte che non solo rispettano i requisiti minimi, ma che introducono valore aggiunto in termini di sostenibilità e qualità.

In sintesi, i criteri per l’affidamento della progettazione trasformano i CAM in una vera e propria guida operativa, che accompagna la stazione appaltante dalla fase di gara fino alla redazione del progetto, assicurando che la sostenibilità sia parte integrante e non accessoria del processo.

Criteri per l’affidamento dei lavori

Se la progettazione stabilisce le basi per la sostenibilità dell’opera, è nella fase esecutiva che i criteri ambientali trovano la loro verifica concreta. Il decreto dedica ampio spazio ai requisiti che le imprese devono rispettare in cantiere, prevedendo clausole contrattuali obbligatorie e criteri premianti che consentono alle stazioni appaltanti di orientare le gare verso soluzioni più innovative ed efficaci.

Tra gli obblighi delle clausole contrattuali rientra la Relazione CAM presentata dall’appaltatore, che dettaglia come saranno rispettati i requisiti ambientali in fase di esecuzione. Particolare attenzione è rivolta alla gestione degli impianti di produzione di conglomerato bituminoso, alla regolazione delle temperature di miscelazione e posa, alla qualificazione del personale di cantiere e all’impiego di macchine operatrici efficienti, con riduzione dei consumi energetici e delle emissioni. Sono inoltre previste prescrizioni sui lubrificanti e oli, che devono avere caratteristiche di biodegradabilità o contenere basi rigenerate, riducendo così l’impatto del ciclo di manutenzione dei mezzi.

I CAM disciplinano anche aspetti più operativi: dalla demolizione selettiva con recupero e riciclo dei materiali, alla conservazione dello strato superficiale del terreno, fino ai criteri per i rinterri e i riempimenti. L’obiettivo è garantire cantieri a minore impatto, in cui il riuso e il riciclo siano pratiche sistematiche e non eccezionali.

Oltre agli obblighi, le stazioni appaltanti possono attribuire punteggi aggiuntivi alle imprese che dimostrano prestazioni ambientali superiori. Tra i principali criteri premianti figurano: l’adozione di sistemi di gestione ambientale certificati, l’utilizzo di studi LCA per la valutazione degli impatti, l’impiego di prodotti da costruzione, fra cui il clinker di cemento, che rientrano nell’ambito di applicazione dell’ETS (Emission Trading System) europeo o equivalenti, per la riduzione dei gas serra, l’incremento nell’utilizzo di aggregati riciclati nel calcestruzzo, la progettazione di pavimentazioni a vita utile più lunga, o con ridotte emissioni acustiche. Sono valorizzati anche l’uso di prodotti da costruzione con contenuto riciclato, prodotti come cemento e acciaio con prestazioni ambientali in linea con i criteri di vaglio tecnico della Tassonomia europea, ovvero di minor intensità carbonica, il trasporto ottimizzato del conglomerato bituminoso, nonché l’uso di lubrificanti certificati con marchi ambientali come l’Ecolabel UE.

In questo quadro, i criteri per l’affidamento dei lavori trasformano il cantiere in un luogo di innovazione, dove la sostenibilità non è un vincolo burocratico ma un fattore competitivo. Le imprese che investono in tecnologie pulite, materiali riciclati e processi a basso impatto hanno infatti maggiori opportunità di aggiudicarsi le gare e di rafforzare la propria reputazione sul mercato.

Le modifiche introdotte dal D.M. 11/09/2025

A meno di un anno dall’entrata in vigore dei CAM Strade, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica è intervenuto con il D.M. 11 settembre 2025, che modifica l’allegato tecnico del decreto del 5 agosto 2024. Le correzioni, frutto del confronto con operatori, esperti e ANAC, mirano a chiarire passaggi poco definiti, correggere errori materiali e rendere i criteri più coerenti con la realtà operativa di progettisti e imprese.

Sul piano progettuale, è stato soppresso il paragrafo “Specifiche del progetto” e ridefinito il ruolo del progetto di fattibilità tecnico-economica, dove già devono essere approfonditi i requisiti ambientali. Importanti chiarimenti riguardano anche gli studi LCA: la metodologia semplificata è ora collegata al criterio premiante 3.2.2, e non più genericamente alla fase di gara, mentre è stato eliminato l’obbligo di accompagnare la relazione con un attestato di verifica in base alla ISO 14071, ritenuto troppo oneroso. Un’ulteriore semplificazione riguarda il perimetro: non è più obbligatorio includere nel modulo A4 gli impatti derivanti dalla demolizione delle preesistenze, qualora tali lavorazioni siano oggetto di appalto separato.

Nel capitolato speciale d’appalto sono state inoltre precisate le modalità di calcolo delle percentuali di materia riciclata, recuperata e sottoprodotti. La percentuale minima richiesta può essere raggiunta sommando le diverse frazioni effettivamente presenti, con l’obbligo di indicarle in modo trasparente nelle certificazioni di prodotto. Sono stati esclusi dall’obbligo di certificazione i materiali impiegati per il corpo stradale e le miscele realizzate in loco, riducendo così gli adempimenti burocratici per le imprese.

Sono stati poi aggiornati alcuni criteri tecnici che incidono direttamente sulla sostenibilità delle pavimentazioni. Per il requisito di sostenibilità ambientale dell’opera è stato chiarito che le pavimentazioni in pietra naturale di origine italiana non sono soggette a un valore minimo di SRI, riconoscendo la specificità di questo materiale.

Ancora più rilevante è la revisione del criterio relativo alla temperatura di posa del conglomerato bituminoso: il decreto sostituisce il riferimento alle “pavimentazioni chiare” con l’indicazione oggettiva di un indice SRI ≥ 29, introduce una soglia tecnica precisa per i bitumi modificati (viscosità superiore a 0,6 Pa*s a 160 °C), conferma l’esclusione per le miscele con leganti epossidici e ridefinisce con maggiore chiarezza l’estensione del criterio ai tratti extraurbani situati entro 1000 metri in linea d’aria dai centri abitati.

Per i rinterri e i riempimenti è stato aggiunto un chiarimento sui materiali con contenuto riciclato al 100%: la conformità può essere dimostrata tramite dichiarazione del fabbricante corredata dalla documentazione EoW (End of Waste), oppure, per i prodotti marcati CE, attraverso la Dichiarazione di Prestazione.

Emissione acustica delle pavimentazioni. Il correttivo precisa, inoltre, che i requisiti sulle emissioni acustiche non si applicano ai tratti in galleria, dove le condizioni fisiche e di propagazione del suono rendono inadeguata la valutazione prevista per gli ambiti a cielo aperto.

Anche il capitolo sui calcestruzzi è stato oggetto di revisione. Il decreto introduce infatti una fase transitoria di 36 mesi dall’entrata in vigore del CAM strade (21 dicembre 2024), durante la quale sono considerate conformi anche le certificazioni che riportano soltanto la percentuale complessiva di materiale riciclato, recuperato o sottoprodotto, senza dettaglio delle singole frazioni. In questo modo si mantengono inalterati i requisiti ambientali di fondo, ma si semplificano notevolmente le procedure di verifica per prodotti che possono garantire le prestazioni richieste attraverso numerosissimi mix design, stabiliti in fase di fornitura.

Infine, altri aggiustamenti riguardano i requisiti di circolarità dei prodotti da costruzione, con l’abbassamento dal 50% al 20% della quota minima di materiali riciclati nei conglomerati bituminosi a freddo destinati alla manutenzione stradale di emergenza, per esempio per la chiusura di buche. Anche in questo caso la modifica recepisce le difficoltà incontrate dal mercato nella fase iniziale di applicazione, senza rinunciare a promuovere l’uso di materiali a minore impatto.

Impatti per progettisti, imprese e pubbliche amministrazioni

Le modifiche del D.M. 11/09/2025, insieme all’impianto dei CAM Strade del 2024, incidono direttamente su progettisti, imprese e stazioni appaltanti, con l’intento di rendere il sistema più chiaro e applicabile.

Per i progettisti, il principale vantaggio è una maggiore chiarezza nella redazione della Relazione CAM, che diventa strumento centrale di trasparenza. Le correzioni sui criteri – dagli studi LCA alle specifiche tecniche – riducono margini di interpretazione e offrono indicazioni più concrete per integrare la sostenibilità fin dalle prime fasi.

Per le imprese, il correttivo apre spazi di competitività: l’alleggerimento di alcuni obblighi documentali, come per calcestruzzi e miscele in loco, riduce la burocrazia senza abbassare la tutela ambientale, mentre i criteri premianti su gestione ambientale, contenuto di riciclato e prestazioni migliorative valorizzano chi investe in innovazione e sostenibilità.

Per le stazioni appaltanti, i CAM rafforzano il ruolo di garanti della sostenibilità. Oltre a integrare i criteri in bandi e capitolati, devono monitorare costantemente il rispetto degli impegni assunti, utilizzando mezzi di prova puntuali e prevedendo sanzioni o risoluzione del contratto in caso di inadempienza.

Nel complesso, i CAM Strade non sono solo un insieme di requisiti ambientali, ma un motore di trasformazione del mercato, capace di orientare progettazione, esecuzione e gestione delle infrastrutture verso modelli più innovativi, resilienti e sostenibili.

Patrizia Ricci
Ingegnere civile con un Dottorato in Meccanica delle Strutture, ha perfezionato i propri studi presso il dipartimento di Scienza delle Costruzioni dell’Università di Bologna, dove ha svolto attività di ricerca nel campo della Meccanica della Frattura, e presso l’Imperial College di Londra. Da diversi anni collabora con le principali riviste tecniche di ingegneria e architettura, efficienza energetica e comfort abitativo, meccanica e automazione, industria 4.0 (settore del Building e dell’Industry) come autrice di articoli e approfondimenti tecnici per i settori di competenza.

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