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EPBD IV: la sfida della decarbonizzazione del costruito

La trasformazione del patrimonio edilizio rappresenta oggi una delle sfide più rilevanti per il raggiungimento degli obiettivi climatici europei. Se negli ultimi due decenni il dibattito sulla sostenibilità degli edifici si è concentrato prevalentemente sulla riduzione dei consumi energetici in fase d’uso, l’evoluzione delle politiche europee sta progressivamente ampliando la prospettiva, introducendo una visione più articolata che considera l’intero ciclo di vita degli edifici, le emissioni incorporate nei materiali, l’integrazione con i sistemi energetici territoriali, la resilienza climatica e la qualità degli ambienti costruiti.

In questo contesto si colloca la Direttiva (UE) 2024/1275 sulla prestazione energetica nell’edilizia, nota come EPBD IV e, nel dibattito italiano, spesso richiamata come “Direttiva Case Green”, che introduce una serie di obiettivi e requisiti che consentiranno di riqualificare adeguatamente il patrimonio immobiliare europeo e perseguire la completa decarbonizzazione del patrimonio edilizio entro il 2050, in coerenza con il Green Deal europeo, con la Legge europea sul clima (Regolamento (UE) 2021/1119) e con il pacchetto Fit for 55. Entrata in vigore il 28 maggio 2024, la Direttiva ha fissato al 29 maggio 2026 il termine per il recepimento da parte degli Stati membri.

EPBD IV: la nuova frontiera della sostenibilità del costruito

La rilevanza strategica del settore edilizio emerge con evidenza anche dai dati richiamati dalla Direttiva: gli edifici assorbono circa il 40% dei consumi energetici finali dell’Unione Europea e sono responsabili del 36% delle emissioni di gas serra legate all’energia, che derivano principalmente dall’utilizzo. A questa dimensione operativa si affianca, nella nuova impostazione della Direttiva, l’attenzione crescente alle emissioni lungo l’intero ciclo di vita, incluse quelle associate ai materiali, alla costruzione, alla ristrutturazione e alla demolizione. Circa il 75% del patrimonio edilizio europeo presenta ancora prestazioni energetiche insufficienti e, considerando che l’85% degli edifici è stato costruito prima del 2000, il potenziale di miglioramento risulta enorme. Gli edifici incidono inoltre per circa la metà dei consumi europei di gas e, nelle abitazioni, quasi l’80% dell’energia è destinato a riscaldamento, raffrescamento e produzione di acqua calda sanitaria. In questo quadro, la riqualificazione energetica assume un ruolo centrale non solo per la decarbonizzazione e la sicurezza energetica, ma anche sul piano sociale: la Direttiva evidenzia infatti come gli edifici inefficienti siano spesso associati a condizioni di povertà energetica, che colpiscono in misura maggiore le famiglie vulnerabili, più esposte all’aumento dei costi dell’energia.

In tale contesto, la nuova EPBD va oltre il tradizionale concetto di efficienza energetica adottando una visione più ampia, che considera l’edificio lungo l’intero ciclo di vita e il suo contributo alla decarbonizzazione complessiva del costruito. Un cambiamento che interessa direttamente anche il settore dei materiali da costruzione, compresi cemento e calcestruzzo.

Obiettivi e architettura della EPBD IV

Per conseguire l’obiettivo di un patrimonio edilizio europeo a emissioni zero entro il 2050, la Direttiva interviene lungo due direttrici principali: da un lato innalza gli standard prestazionali per le nuove costruzioni, introducendo gli edifici a emissioni zero (Zero Emission Buildings), caratterizzati da fabbisogni energetici molto contenuti e da emissioni operative nulle o estremamente ridotte, quale nuovo standard di riferimento; dall’altro accelera il processo di riqualificazione del patrimonio esistente, responsabile della quota prevalente dei consumi energetici e delle emissioni del settore, delineando un percorso di miglioramento progressivo basato su obiettivi nazionali, standard minimi di prestazione energetica e strumenti di pianificazione di lungo periodo. Il principio che orienta questa trasformazione è quello dell’Energy Efficiency First, che pone la riduzione della domanda energetica come priorità rispetto all’approvvigionamento. A questo si affiancano altre misure strategiche, tra cui la diffusione delle fonti rinnovabili negli edifici e il graduale superamento dell’utilizzo dei combustibili fossili, con l’introduzione dello stop agli incentivi per le caldaie autonome alimentate esclusivamente a combustibili fossili, in vigore dal 1° gennaio 2025, nell’ambito di un percorso europeo volto alla progressiva eliminazione dei sistemi di riscaldamento basati su combustibili fossili entro il 2040. La Direttiva amplia inoltre il concetto stesso di prestazione energetica, richiedendo che gli interventi di riqualificazione tengano conto anche della qualità ambientale interna, del comfort degli occupanti, dell’illuminazione naturale, dell’accessibilità, della sicurezza e delle specifiche condizioni climatiche locali.

I Piani Nazionali di Ristrutturazione: la cabina di regia della transizione

Lo strumento centrale introdotto dalla EPBD IV è il Piano Nazionale di Ristrutturazione degli Edifici (National Building Renovation Plan – NBRP), che sostituisce le precedenti strategie di ristrutturazione a lungo termine e diventa il principale strumento di programmazione della transizione del patrimonio edilizio. Il Piano dovrà definire la traiettoria nazionale verso la decarbonizzazione del parco immobiliare entro il 2050, includendo obiettivi intermedi, misure normative, strumenti finanziari, fabbisogni di investimento, standard prestazionali e meccanismi di monitoraggio.

La Direttiva EPBD prevede l’aggiornamento dei Piani con cadenza quinquennale e ha fissato una prima tappa al 31 dicembre 2025, data entro la quale gli Stati membri erano chiamati a trasmettere alla Commissione europea una bozza del NBRP contenente la fotografia del patrimonio edilizio nazionale, gli obiettivi intermedi al 2030, 2040 e 2050, le strategie di finanziamento e le misure dedicate alle famiglie vulnerabili. La versione definitiva del primo Piano dovrà invece essere presentata entro il 31 dicembre 2026. I NBRP dovranno inoltre essere coordinati con i Piani Nazionali Integrati Energia e Clima (PNIEC), rafforzando l’integrazione tra politiche energetiche e trasformazione del patrimonio edilizio.

Il recepimento europeo e il percorso italiano

L’attuazione della Direttiva procede con velocità differenti tra gli Stati membri. Alla scadenza del 31 dicembre 2025, risultavano trasmesse alla Commissione bozze di Piano da un numero limitato di Stati membri; parallelamente, nel marzo 2026 la Commissione ha avviato procedure di infrazione nei confronti di 19 Stati membri, tra cui l’Italia, per la mancata presentazione della bozza di Piano entro i termini previsti.

Nel caso italiano, il percorso di recepimento è tuttora in evoluzione: il primo passaggio è stato la costruzione della fotografia del parco immobiliare nazionale, pubblicata da ENEA nel luglio 2024, un quadro necessario per la definizione degli scenari di intervento. Restano tuttavia aperti temi rilevanti legati alla quantificazione degli investimenti necessari, alla definizione degli strumenti di sostegno economico e al coordinamento tra le diverse amministrazioni coinvolte. La sfida non riguarda quindi soltanto l’adeguamento normativo, ma la costruzione di una strategia di lungo periodo capace di coniugare sostenibilità ambientale, sostenibilità economica e capacità attuativa.

Le dimensioni della sfida

La ricognizione del patrimonio edilizio nazionale pubblicata nel 2024 evidenzia infatti una scala d’intervento particolarmente ampia: considerando l’intero perimetro interessato dalla EPBD, che comprende edifici pubblici, residenziali e non residenziali, il patrimonio coinvolto supera i 2,6 miliardi di metri quadrati.

Le stime elaborate da ENEA indicano inoltre un fabbisogno di investimenti particolarmente significativo. Per il comparto pubblico si prospettano esigenze comprese tra circa 4,8 e 7,9 miliardi di euro all’anno, a seconda della profondità degli interventi previsti. Per il settore residenziale il fabbisogno è stimato in circa 3,3 miliardi di euro annui, mentre per il non residenziale privato le valutazioni oscillano tra 4,3 e 11,8 miliardi di euro all’anno.

Il tema assume particolare rilevanza alla luce delle caratteristiche del patrimonio immobiliare italiano: circa il 70% degli edifici residenziali si colloca ancora nelle classi energetiche E, F e G, mentre circa 5 milioni di edifici rientrano nella categoria dei cosiddetti worst performers, individuati dalla Direttiva come priorità per gli interventi di riqualificazione. In questo contesto, strumenti come i passaporti di ristrutturazione, il Conto Termico, le detrazioni fiscali e il futuro Fondo Sociale per il Clima sono destinati a svolgere un ruolo importante nell’attivazione degli investimenti necessari e nel sostegno alle fasce più vulnerabili della popolazione.

Standard minimi di prestazione energetica: priorità ai peggiori performer

Tra le novità più significative della EPBD IV figurano gli standard minimi di prestazione energetica (MEPS), introdotti con l’obiettivo di concentrare gli interventi sugli edifici meno efficienti, dove si concentra il maggiore potenziale di riduzione dei consumi energetici, delle emissioni e della povertà energetica.

Per il patrimonio non residenziale, gli Stati membri dovranno definire soglie nazionali di prestazione energetica tali da garantire la riqualificazione del 16% degli edifici con le peggiori prestazioni entro il 2030 e del 26% entro il 2033. Per il comparto residenziale, invece, la Direttiva non impone obblighi sui singoli edifici, ma richiede una riduzione progressiva del consumo medio di energia primaria del parco immobiliare nazionale: almeno il 16% entro il 2030 e tra il 20% e il 22% entro il 2035. La maggior parte di questo risultato – non meno del 55% – dovrà derivare dalla riqualificazione degli edifici con le prestazioni energetiche peggiori, individuati come il segmento con il più elevato potenziale di risparmio energetico e di riduzione delle emissioni. La Direttiva lascia agli Stati membri un ampio margine di flessibilità nella scelta delle misure da adottare e prevede possibili deroghe per specifiche categorie di edifici, tra cui quelli storici o tutelati. Il principio di fondo resta tuttavia invariato: la riqualificazione energetica non è più affidata esclusivamente alle iniziative dei singoli proprietari, ma diventa parte integrante di una strategia nazionale orientata a obiettivi misurabili e verificabili.

Gli strumenti della Direttiva

Accanto agli obiettivi di decarbonizzazione e agli standard minimi di prestazione energetica, la EPBD IV introduce o rafforza una serie di strumenti destinati a supportare proprietari, progettisti, investitori e amministrazioni nella pianificazione degli interventi.

Tra questi vi sono innanzitutto i certificati di prestazione energetica (EPC), che dovranno essere armonizzati a livello europeo attraverso una classificazione comune da A a G e contenere informazioni più dettagliate sulle prestazioni dell’edificio, sui consumi energetici e sulle possibili azioni di miglioramento. L’obiettivo è rendere più trasparenti e comparabili le prestazioni energetiche del patrimonio immobiliare europeo.

La Direttiva introduce inoltre il passaporto di ristrutturazione (Renovation Passport), uno strumento volontario che accompagna il proprietario nella definizione di un percorso di riqualificazione articolato per fasi successive. Basato su un audit dell’edificio, il passaporto individua gli interventi necessari per migliorare progressivamente le prestazioni fino al raggiungimento degli standard previsti per gli edifici a emissioni zero, favorendo una programmazione coerente degli investimenti ed evitando interventi frammentati o incompatibili con gli obiettivi di lungo periodo. Il passaggio agli edifici a emissioni zero richiede un’evoluzione complessiva delle prestazioni energetiche dell’edificio, che coinvolge non solo l’involucro e gli impianti, ma anche i sistemi di automazione, monitoraggio e gestione intelligente dell’energia. In questo contesto la Direttiva rafforza il ruolo dello Smart Readiness Indicator (SRI), l’indicatore europeo sviluppato per valutare la capacità degli edifici di utilizzare tecnologie intelligenti al fine di migliorare efficienza energetica, comfort degli occupanti, manutenzione e interazione con il sistema energetico. Lo SRI affianca i tradizionali parametri energetici introducendo una valutazione del livello di digitalizzazione dell’edificio e della sua capacità di adattarsi dinamicamente alle esigenze degli utenti e alle condizioni della rete.

Particolarmente significativa, soprattutto per la filiera delle costruzioni, è poi l’introduzione della valutazione del Global Warming Potential (GWP), ovvero del potenziale di riscaldamento globale dell’edificio lungo l’intero ciclo di vita. A partire dal 1° gennaio 2028, il GWP dovrà essere calcolato e dichiarato nell’APE per i nuovi edifici con superficie utile superiore a 1.000 m², mentre dal 2030 l’obbligo sarà esteso a tutte le nuove costruzioni. Nell’ambito delle valutazioni ambientali degli edifici, il GWP costituisce uno dei principali parametri attraverso cui viene espresso il carbonio incorporato (embodied carbon). Il valore è riportato in kgCO₂ equivalente per metro quadrato di superficie utile e fa riferimento a un periodo di analisi convenzionale pari a 50 anni. In pratica, l’indicatore misura il contributo complessivo dell’edificio ai cambiamenti climatici, considerando sia le emissioni incorporate nei materiali e nei processi costruttivi sia quelle generate durante la fase d’uso.

Con il Regolamento Delegato (UE) 2026/52, adottato il 16 dicembre 2025 ed entrato in vigore il 24 maggio 2026, la Commissione europea ha introdotto un quadro metodologico armonizzato per il calcolo del Global Warming Potential (GWP) degli edifici lungo il ciclo di vita. Il regolamento modifica l’Allegato III della EPBD IV e fornisce criteri comuni destinati a garantire uniformità e confrontabilità delle valutazioni nei diversi Stati membri. Il provvedimento si coordina inoltre con il nuovo Regolamento sui prodotti da costruzione (CPR) e con il Regolamento Ecodesign for Sustainable Products, rafforzando la coerenza delle metodologie europee per la misurazione degli impatti climatici del costruito. Essendo direttamente applicabile, non richiede alcun recepimento da parte degli ordinamenti nazionali.

Il ruolo dei materiali nella nuova prospettiva di sostenibilità

L’introduzione del GWP rappresenta quindi uno dei segnali più evidenti dell’evoluzione in atto nelle politiche europee per il costruito. In questo scenario, la filiera dei materiali cementizi assume un ruolo centrale. Cemento e calcestruzzo sono indispensabili per la realizzazione di edifici sicuri, durevoli e resilienti, ma anche delle infrastrutture che rendono possibile la transizione energetica e l’adattamento climatico: impianti eolici, opere idrauliche, dighe, fondazioni, reti e sistemi urbani complessi. La loro diffusione è legata a caratteristiche prestazionali quali resistenza meccanica, durabilità, inerzia termica, versatilità e sicurezza strutturale, che incidono direttamente sulla vita utile delle opere e sul loro comportamento nel tempo. Le valutazioni Life Cycle Assessment (LCA) evidenziano infatti come la sostenibilità del costruito dipenda non soltanto dalle emissioni associate alla produzione dei materiali, ma anche dalle prestazioni che essi sono in grado di garantire durante l’intero ciclo di vita dell’edificio. Per questo la sostenibilità non può essere ricondotta al solo impatto ambientale iniziale, ma deve considerare anche durabilità, manutenzione, resilienza e capacità dell’opera di mantenere nel tempo le proprie funzioni. A supporto di queste analisi assumono un ruolo centrale le Dichiarazioni Ambientali di Prodotto (EPD – Environmental Product Declaration), che forniscono dati ambientali verificati e comparabili relativi ai materiali da costruzione, consentendo a progettisti e committenti di valutare in modo oggettivo il contributo dei diversi prodotti agli impatti complessivi dell’opera. La EPBD IV si inserisce in questa evoluzione culturale, riconoscendo l’importanza delle emissioni generate lungo l’intero ciclo di vita dell’edificio e superando una visione limitata alle sole emissioni operative.

In questa prospettiva, il GWP rappresenta uno strumento fondamentale di misurazione, ma non può essere interpretato come unico criterio di valutazione della sostenibilità dell’opera. La scelta dei materiali deve restare basata su un approccio prestazionale e di ciclo di vita, capace di considerare insieme impatti climatici, durabilità, sicurezza, manutenzione, resilienza e vita utile dell’edificio.

La sfida della decarbonizzazione per la filiera cementizia

Per il settore del cemento e del calcestruzzo questo cambiamento di prospettiva è particolarmente significativo. Una quota rilevante delle emissioni dirette di CO₂, circa il 65%, deriva infatti dal processo chimico di calcinazione in fase di produzione del clinker, che non possono essere eliminate con le tecnologie convenzionali. Le principali leve di riduzione comprendono la diminuzione del rapporto clinker-cemento, l’impiego di materiali cementizi supplementari, l’utilizzo di combustibili alternativi, il miglioramento dell’efficienza energetica e le tecnologie di cattura della CO₂.

I risultati più recenti mostrano come il settore abbia già avviato questo percorso lungo direttrici complementari. Secondo il Rapporto di Sostenibilità Federbeton 2024, oltre 2 milioni di tonnellate di materiali alternativi – tra rifiuti non pericolosi, sottoprodotti ed End of Waste – sono state impiegate in sostituzione di materie prime naturali nella produzione di cemento, con una crescita del 7% rispetto al 2023. Anche il comparto del calcestruzzo sta rafforzando il proprio contributo all’economia circolare. Nel 2024 sono state utilizzate oltre 42 mila tonnellate di aggregati riciclati e più di 52 mila tonnellate di aggregati industriali in sostituzione degli aggregati naturali, con incrementi rispettivamente del 7,2% e del 55,1% rispetto all’anno precedente. Rimangono tuttavia ampi margini di crescita: il tasso di sostituzione degli aggregati naturali si attesta oggi complessivamente intorno all’1%, evidenziando la necessità di sviluppare ulteriormente la demolizione selettiva, favorire l’applicazione dei CAM e creare condizioni di mercato che rendano maggiormente competitivi i materiali riciclati. Parallelamente, è cresciuto anche il tasso di sostituzione calorica dei combustibili fossili nelle cementerie raggiungendo il 25,6%, che ha consentito di evitare oltre 420 mila tonnellate di CO₂ grazie alla componente biogenica contenuta nei combustibili alternativi.

Accanto a queste leve di processo, la ricerca e l’innovazione stanno ampliando le possibilità offerte dai materiali cementizi stessi. Negli ultimi anni si sono diffuse soluzioni in grado di contribuire alla gestione sostenibile delle acque meteoriche, alla riduzione dell’impronta carbonica attraverso un minore contenuto di clinker e al miglioramento della qualità ambientale urbana mediante funzionalità avanzate. L’attenzione crescente della EPBD IV alle emissioni incorporate e al Global Warming Potential (GWP) lungo il ciclo di vita dell’edificio rende questi sviluppi particolarmente rilevanti, poiché consentono di ridurre gli impatti ambientali associati ai materiali senza compromettere prestazioni, sicurezza e durabilità. In questo quadro, il calcestruzzo conferma il proprio ruolo di materiale essenziale per la transizione del costruito, grazie alla capacità di evolvere in termini di prestazioni ambientali, durabilità e uso efficiente delle risorse, contribuendo alla realizzazione di edifici coerenti con gli obiettivi europei di neutralità climatica.


“Dal basso”, fotografia di Maurizio Sartoretto presentata al concorso #scaladigrigi 2023
(Ospedale di Castelfranco Veneto, Treviso)

Verso gli edifici a emissioni zero

La transizione verso edifici a emissioni zero richiederà inoltre una crescente disponibilità di dati ambientali verificati e metodologie di valutazione condivise. Dichiarazioni Ambientali di Prodotto (EPD) e analisi del ciclo di vita (LCA) stanno assumendo un ruolo sempre più importante nel consentire la quantificazione e la comparabilità degli impatti associati ai materiali e alle opere, in linea con l’approccio promosso dalla EPBD IV. L’evoluzione del quadro normativo europeo porterà infatti a considerare sempre più il contributo dei materiali alla prestazione complessiva dell’edificio, non solo in termini energetici ma anche climatici e ambientali. Per la filiera del cemento e del calcestruzzo si tratta di una sfida che coinvolge simultaneamente ricerca, innovazione e misurabilità delle prestazioni, con l’obiettivo di mettere a disposizione soluzioni capaci di contribuire concretamente alla decarbonizzazione del costruito lungo l’intero ciclo di vita.

Patrizia Ricci
Ingegnere civile con un Dottorato in Meccanica delle Strutture, ha perfezionato i propri studi presso il dipartimento di Scienza delle Costruzioni dell’Università di Bologna, dove ha svolto attività di ricerca nel campo della Meccanica della Frattura, e presso l’Imperial College di Londra. Da diversi anni collabora con le principali riviste tecniche di ingegneria e architettura, efficienza energetica e comfort abitativo, meccanica e automazione, industria 4.0 (settore del Building e dell’Industry) come autrice di articoli e approfondimenti tecnici per i settori di competenza.

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