Editoriale a cura di Tullia Iori sul numero 864 di IIC L’INDUSTRIA ITALIANA DEL CEMENTO.
Il Salone B si trasforma in una biblioteca. Marguerite Yourcenar avrebbe commentato: “un granaio dove ammassare riserve contro l’inverno dello spirito”, messe al sicuro sotto la volta più bella del mondo.
Dedichiamo questo numero – compresa la copertina e la controcopertina di H501 – al Salone B di Torino, capolavoro di Pier Luigi Nervi dell’immediato dopoguerra che, nato per accogliere esposizioni – tra cui il primo Salone dell’automobile della Ricostruzione – è stato trasformato in una biblioteca civica. Non si poteva auspicare destinazione migliore: dopo anni di abbandono o di usi impropri, diventa uno spazio pubblico, dove tutti possono entrare e ammirare la volta di ferrocemento piena di luce – in silenzio, come d’obbligo in una biblioteca ma anche come succede quando si rimane a bocca aperta per lo stupore.
Ai primi visitatori stranieri, il 15 settembre 1948, la struttura – arditissima considerando i pochi prototipi realizzati fino ad allora da Nervi di ben più ridotte dimensioni – mostrava plasticamente la voglia di riscatto dell’ingegneria italiana dopo gli anni bui della dittatura, dell’autarchia e della guerra. Oggi mostra senza possibilità di replica la durabilità del materiale, la sua capacità di resistenza non solo statica ma anche estetica: nulla è stato aggiunto – se non poche fibre per questioni di regolamenti antisismici – alla sequenza di onde di 2 centimetri e mezzo di spessore che, a tre a tre, si raccordano ai ventagli e scendono a terra lungo i pilastri, come in una moderna cattedrale gotica di pietra artificiale. L’edificio è sottoposto a tutela e certamente questo ha aiutato molto a vincolare il riuso: ma chi avrebbe avuto veramente il coraggio di distruggere e ricostruire uno spazio inevitabilmente più brutto? Non demolire e dare vita a una nuova icona grazie alla cura amorevole di un’icona del passato non è sempre possibile. Con il cemento è certamente più facile: lo abbiamo già visto, in modo esemplare, nella Torre Velasca (IIC 859) o nel Palazzetto dello sport al Flaminio (IIC 857), che hanno confermato la destinazione d’uso originale con la consapevolezza che nessun edificio è più sostenibile di quello già esistente.
Riutilizzare le icone in cemento armato del Novecento è possibile grazie alle prestazioni del materiale: la durabilità prima di tutto, e poi la resistenza, la versatilità e la forza espressiva.
Un riuso così radicale come quello di Torino è possibile solo perché il materiale – sperimentale, innovativo, al suo primo debutto in un’opera di grande luce – ha garantito, a distanza di quasi 80 anni dalla nascita, totale sicurezza e possibilità di lavorare nell’immediato intorno. Anche se con valenze statiche diverse, è capitato anche in altre opere proposte nello speciale di questo numero della rivista. Tra queste, il bellissimo edificio di Marcel Breuer al 945 di Madison Avenue a New York, simbolo del brutalismo nordamericano, che da museo si trasforma nella sede di una casa d’aste. O lo spazio per gli studenti di Eindhoven, detto “il bunker”, abbandonato e in degrado, che ha dato lo spunto per la costruzione di una nuova torre residenziale garantendo però il recupero filologico dell’edificio brutalista originario, nel frattempo tutelato.
È vero che in Italia il concetto di riuso “radicale” è molto più maturo che altrove: continuamente nei nostri edifici alle coordinate geometriche si aggiunge la variabile tempo. Siamo abituati ad andare a sentire messa in templi pagani trasformati in chiese ma costruiti quasi 2000 anni fa; ci sposiamo civilmente in palazzi medievali facilmente riadattati; e ci sono case di moda che hanno serenamente preso sede all’interno di edifici simbolo dell’architettura fascista, destinati in origine a musei (vedi il caso del Colosseo quadrato). Il valore della stratificazione ha raggiunto da un pezzo il Novecento, e non è affatto strano per noi conservare, prolungare la vita, accompagnare nel futuro, a disposizione di nuove generazioni, opere di cemento armato protagoniste della concezione architettonica e strutturale dalla fase pionieristica agli exploit degli anni del boom. Opere in cui proprio la materia è decisiva nel processo di riuso, e consente di innescare la seconda vita dei nostri capolavori, anche molto diversa dalla prima, e chissà poi quante altre a seguire.
In copertina: Illustrazione di H501 – Alessandro Acciarino.




