Architettura

Brutalismo raffinato

Editoriale a cura di Tullia Iori sul numero 860 di IIC L’industria Italiana del Cemento

La copertina di questo numero è tratta dal libro di Roberto Conte e Stefano Perego, Brutalist Italy, che è diventano un piccolo caso editoriale: le architetture brutaliste, ritratte dai due giovani fotografi, hanno appassionato i Millennials, influenzando tra l’altro la scelta delle location di video di cantanti come Mahmood, Emma e Fabri Fibra.

Lo storico dell’architettura Adrian Forty, nell’introduzione al libro, registra che in Italia c’è qualcosa di diverso nell’uso del cemento brutalista, che non lo fa assomigliare a quello dell’edilizia popolare inglese o delle City hall, a quello degli Smithson o di Le Corbusier. Nelle opere del dopoguerra in Inghilterra e in Francia – nel new brutalism – il cemento viene esibito come materiale povero per eccellenza, rudimentale, semplice, essenziale, puro, vero, onesto. Ha ragione Forty: nelle opere italiane le cose sono un po’ diverse.

La prima differenza è di carattere storico: quando si comincia in Italia a esibire il cemento? Nel dopoguerra, dopo il ventennio fascista, quando finisce anche il divieto di usare il cemento armato, che vige dal 1936, da quasi 10 anni. I progettisti avevano capito subito che si trattava di propaganda: il cemento era un materiale italiano, presente diffusamente sul nostro territorio, non andava certo importato. Ma viene lo stesso condannato, proprio per non essere abbastanza autarchico. Quando si comincia a ricostruire dopo i disastri della guerra, l’uso del materiale assume un altro valore, anche politico, antifascista, che non avrebbe senso in altri paesi.

E poi, altra differenza importante, i riferimenti per gli architetti italiani del dopoguerra non sono gli inglesi o i francesi, ma gli ingegneri italiani, come Pier Luigi Nervi, Riccardo Morandi, Silvano Zorzi. Per questo, le opere brutaliste nel nostro Paese hanno un’accentuata valenza statica, con soluzioni originali centrate sul problema della stabilità e dell’equilibrio.

Infine, nell’Italia del dopoguerra, il cemento è esposto proprio come tutti i materiali: un materiale nobile come gli altri, senza gerarchie. Non essendoci più la maschera del rivestimento lapideo, obbligatoria durante il fascismo, tutto va ridisegnato perché tutto si deve vedere, così com’è fatto. È l’architettura neo-realista, né rudimentale né rozza. Dice ancora Forty: fuori dall’Italia nessuno avrebbe accostato la pietra nobile al cemento, combinandoli insieme a vista. Ma in Italia il cemento è considerato una pietra nobilissima ancorché artificiale: una pietra fluida, straordinariamente plasmabile, capace di assumere la forma più complessa e di riprodurre la trama più sofisticata ed elegante.

E oggi? il cemento è ancora usato in versione brutalista? Abbiamo avuto ragione noi: il cemento oggi nel mondo è usato come un materiale prezioso, senza forma, che assume mille configurazioni possibili, che può essere liscio come il vetro o denso e ricco di tessiture, di tutti i colori dal bianco al nero, brillante e addirittura luminoso. E nemmeno l’architettura prefabbricata, a cui in questo numero è dedicato uno speciale, è brutalista in senso “tradizionale”: anche se il materiale è esibito come appena sformato dai casseri, la scelta di prefabbricare non è adottata per risparmiare tempo o standardizzare la costruzione; viceversa, serve a realizzare pezzi di forme sofisticate e complesse, che non potrebbero essere costruite in opera, almeno non con il grado di perfezione necessario. Insomma, il “brutalismo raffinato” – come lo ha battezzato Sergio Poretti qualche anno fa – ha conquistato il mondo.

Viva il brutalismo italiano! Viva le bellissime foto di Roberto Conte e Stefano Perego!

Illustrazione di Robocoop

La controcopertina di questo numero è affidata a Robocoop (l’acronimo significa RomaBolognaCooperazione), un duo artistico (Lorenzo e Luca) con formazione nel campo dell’architettura. In genere lavorano nella città, con un approccio provocatorio e riflessivo: l’idea è il confronto con il passato, che perseguono sovrapponendo, sostituendo, aggiungendo, innestando fotografie o disegni di architettura moderna e contemporanea in vecchi dipinti, affreschi e incisioni.

Tullia Iori
Professore Ordinario presso la Macroarea di Ingegneria dell'Università degli studi di Roma Tor Vergata. Dal 1994 conduce le sue ricerche indagando la storia della costruzione e dell'ingegneria strutturale, con particolare riferimento alle applicazioni relative alla conservazione. Dal 2012 è co-Principal Investigator nel progetto SIXXI dedicato alla Storia dell'ingegneria strutturale italiana e guida il lavoro del gruppo di giovani ricercatori coinvolti. Autrice di numerose pubblicazioni sulla storia delle costruzioni, ha curato diverse mostre sul tema dell'ingegneria strutturale italiana.

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